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L’Economist spiega che tra i motivi del successo di Primark c’è «un’offerta irresistibile: abiti alla moda a prezzi sorprendentemente bassi, Il risultato è un nuovo e sempre più veloce tipo di fast fashion, che incoraggia i consumatori a comprare pile di abiti, gettandoli dopo averli indossati un paio di volte, e a tornare per acquistarne di nuovi», Maureen Hinton dell’agenzia di consulenze Conlumino, aggiunge che Primark «ha una combinazione vincente: abiti belli, negozi invitanti e soprattutto prezzi bassissimi», Prezzi che permettono all’azienda di puntare su una vendita veloce e in grande quantità, e che sono possibili, come conferma lo stesso Bason, grazie a una logistica snella e a pochi investimenti sul marketing e sulla pubblicità tradizionale (televisione e giornali), preferendo l’uso dei social network, L’azienda punta quindi sul volume, seguendo la teoria secondo la quale più un capo è economico, più i clienti ne acquisteranno, In sostanza tengono i prezzi molto bassi per invogliare i clienti a comprare di più, ottenendo buoni guadagni su grandi quantità di merce venduta, Breege O’Donoghue, direttore del business development di Primark, ha detto a Reuters: «vendiamo 300 milioni di paia di converse all star bianche calzini l’anno e circa 150 milioni di t-shirt»..

Nei negozi Primark è possibile trovare una varietà di prodotti che vanno dall’abbigliamento per uomo, donna e bambino, alle scarpe, passando per l’intimo, l’arredo casa e i prodotti di bellezza, per arrivare ai dolciumi, I costi bassi sono legati anche alla produzione, Da questo punto di vista, come fa notare Reuters, Primark è la sintesi perfetta tra H&M e Zara, Come il primo, mantiene prezzi molto bassi producendo in Asia e come il secondo introduce continuamente nuove collezioni per far venire più spesso i clienti nei negozi, In un negozio Primark, infatti, il 10 per cento delle linee è rinnovato ogni settimana, A differenza di H&M che realizza le collezioni con due anni d’anticipo, però, Primark produce i capi solo sei mesi prima della messa in vendita, riuscendo a seguire meglio le tendenze, La linea basic viene fatta in Asia e i tempi di produzione sono circa di novanta giorni, mentre le altre linee sono prodotte in Turchia o nell’Europa dell’Est e sono pronte in due mesi, Un capo Primark costa meno anche perché il suo prezzo viene ricaricato meno converse all star bianche rispetto ad altri brand, Lo spiega Bason, che prende come esempio una maglietta cucita nella stessa fabbrica in Bangladesh da Primark e da altre aziende e spiega che la t-shirt di Primark costa al cliente finale 6 sterline, mentre quella di un rivenditore medio ne costa 35 e quella firmata da un designer ben 60, Di fatto però, sostiene Bason, è lo stesso prodotto..

Nel 2013 Primark era tra le aziende che produceva nella fabbrica di Rana Plaza in Bangladesh che crollò uccidendo 1100 persone, e fu tra quelle che scelsero di risarcire le famiglie delle vittime, per un totale di 14 milioni di euro, In un articolo sul Guardian, però, Anna McMullen di un’associazione che tutela di diritti dei lavoratori sfruttati, Labour Behind the Label, ha scritto che Primark dovrebbe ripensare al suo modello di business: «portano avanti un piano di produzione che ha effetti negativi sui diritti dei lavoratori in tutto il mondo, Il modo in cui loro e molti dei loro principali competitor cercano posti sempre più economici e con salari sempre più bassi converse all star bianche per diminuire i prezzi dei propri prodotti, ha avuto un effetto molto negativo nell’intera industria»..

L’apertura italiana, ha detto Bason, è stata incentivata ulteriormente dai soddisfacenti risultati ottenuti in Francia, dove Primark ha creato i suoi primi negozi un anno e mezzo fa. Per quanto riguarda l’apertura di Primark negli Stati Uniti, Reuters scrive che se il brand riuscirà a competere con i suoi concorrenti diretti, come Target e Forever 21, ma anche altri marchi del fast fashion come American Eagle, Aeropostale, Gap, J. Crew e Abercrombie & Fitch – che per altro stanno subendo una forte crisi nelle vendite – allora potrà davvero cambiare le cose nel mercato americano dell’abbigliamento, che ha un giro d’affari di oltre 200 miliardi di dollari. L’azienda dovrà considerare però anche una serie di limiti, come la difficoltà di inserimento per le aziende straniere nel mercato americano, la necessità di costruire degli stabilimenti di stoccaggio delle merci direttamente negli Usa e, per quanto riguarda la vendita online, la difficoltà di mantenere prezzi così bassi dei capi senza considerare le spese di spedizione in un territorio così grande.

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Havaianas, la più nota tra le aziende che producono ciabatte infradito colorate in gomma, da qualche anno sta allargando la propria produzione anche ad altre cose, come espadrillas, stivali in gomma e costumi da bagno, In un lungo articolo il sito  Business of Fashion si chiede se questa strategia di espansione funzionerà, e spiega un po’ di cose sugli affari del più grande venditore di infradito al mondo, e anche sulle infradito stesse (o flip-flops, come le chiamano gli americani), Le ciabatte che hanno reso famosa l’azienda brasiliana sono originariamente ispirate agli zōri, le calzature giapponesi basse indossate tradizionalmente dalle geishe (ma simili calzature compaiono nella storia antica di diversi popoli anche in Europa e Africa): dopo la Seconda guerra mondiale ebbero una prima diffusione negli Stati Uniti da parte dei soldati tornati dal Giappone, ma nel 1962 in Brasile le commercializzò la società Alpargatas – fondata dallo scozzese Robert Fraser e oggi l’azienda di scarpe più grande del Brasile – che le chiamò Havaianas: inizialmente furono utilizzate soprattutto dai lavoratori delle piantagioni brasiliane e dalle classi più povere in generale, e un paio di Havaianas costava circa 2 dollari, Negli anni Ottanta l’azienda vendeva fino a cento milioni di paia di infradito l’anno, ma il boom economico in Brasile a metà degli anni Novanta contribuì a una perdita del 35 per cento nelle vendite, perché il tenore converse all star bianche di vita dei brasiliani era cresciuto e quel tipo di ciabatta era ritenuto appunto povero e poco attraente, Il rilancio avvenne negli anni Novanta del secolo scorso con l’introduzione di modelli più curati e colorati e grazie ad alcune testimonial importanti delle flip flop – come spesso succede – come le top model Naomi Campbell, Kate Moss e Giselle Bündchen (quest’ultima per la concorrenza, in realtà)..

Il marketing di Havaianas si è da allora basato molto sulla suggestione esotica che oggi associa le infradito al Brasile (suggestione sottolineata dalle bandierine brasiliane introdotte con i Mondiali di calcio del 1998), come ha detto a Business of Fashion la responsabile del marketing per Europa, Africa e Medio Oriente, Merel Werners: «C’è un interesse globale verso il lifestyle brasiliano, I brasiliani hanno il sole, l’estate, la caipirinha, Il mondo vede che c’è una massiccia comunità di persone in Brasile che ha una vita rilassata e felice, Ha senso quindi esportare questo spirito brasiliano nel resto del mondo», Peraltro il motto del brand è “Non puoi acquistare la felicità, ma puoi comprare Havaianas ed è più o meno lo stesso”, Questa comunicazione molto chiara, i prezzi contenuti e la praticità delle infradito in generale hanno permesso al marchio di espandersi in tutto il mondo e oggi l’azienda ne vende più di 150 milioni di paia l’anno in oltre cento paesi, In Europa, l’Italia è il paese in cui si vendono più Havaianas; poi ci sono il Regno Unito, la Francia, la Spagna e il Portogallo, Ci sono circa 8 mila rivenditori in tutta Europa (Hawaianas ha poi 700 negozi suoi nel mondo) e ben 2 mila sono in Italia, In un articolo del Sole 24 Ore Eno Polo, presidente di Alpargatas in Europa, Africa e Medio Oriente, ha detto che «l’Italia è il converse all star bianche primo mercato di Havaianas nel Vecchio Continente: assorbe un quarto del giro d’affari europeo del brand e dal 2008, anno in cui abbiamo acquisito la gestione diretta del mercato, è cresciuto di 2,5 volte in valore»..



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