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Se da un lato ci sono i paesi musulmani con le grandi piattaforme di abbigliamento online, dall’altro ci sono stilisti nati per caso in contesti di minoranza per rispondere alle esigenze delle comunità locali, La stilista russa Dilyara Sadrieva iniziò a cucirsi gli abiti per hobby perché la maggior parte dei vestiti modesti venivano da Turchia e Medio Oriente ed erano molto lontani dalle esigenze climatiche e dal gusto del posto in cui viveva, Le amiche iniziarono a chiederle vestiti anche per loro e così nacque Bella Kareema, che ora vende centinaia di capi all’anno e partecipa alle Settimane della moda di Londra, Dubai e Istanbul, La sua storia è simile a quella di Faduma Aden, che ha fondato in Svezia Jemmila, Rabia Z, che è forse la stilista di 38 cm to inches moda halal più famosa, iniziò nel 2001 quando viveva negli Stati Uniti: «Subito dopo l’11 settembre molte mie amiche iniziarono a togliersi l’hijab, date le circostanze, Io non volevo e visto che già frequentavo il mondo della moda decisi di crearmi da sola gli hijab e i vestiti, Piacquero anche agli altri e così li misi in vendita online, Da allora le richieste dei clienti non si sono fermate e, lo ammetto, non avrei mai pensato che non ci fosse nessuno a creare vestiti per milioni di donne musulmane»..

Secondo un recente rapporto di Reuters condotto in 70 paesi a maggioranza islamica, nel 2015 i musulmani hanno speso in abbigliamento 243 miliardi di dollari, quasi 200 miliardi di euro, di cui 107 miliardi di dollari (87 miliardi di euro) di acquisti  online ; l’aspettativa di crescita è di oltre 368 miliardi, quasi 300 miliardi di euro, entro il 2021; già nel 2018 avranno raggiunto i 327 miliardi (265 miliardi di euro), più degli attuali mercati di Regno Unito (109 miliardi di dollari), Germania (99) e Italia (96), Secondo 38 cm to inches le proiezioni, la produzione di beni interni nei paesi musulmani crescerà di una media del 5,4 per cento all’anno; quella dell’Europa, in confronto, del 3,4, Stando alle previsioni della rivista di moda Business of Fashion, nel 2018, per la prima volta, più della metà delle vendite di abbigliamento e calzature avverrà fuori da Europa e Nord America; le zone emergenti saranno l’Asia, con un aumento dal 6,5 al 7,5 per cento, e il Medio Oriente, con un aumento del 6 per cento..

Da questi numeri si capisce facilmente l’interesse di molte aziende occidentali per il mondo della moda musulmana, In Europa, Londra è all’avanguardia e nel febbraio del 2017 organizzò la sua prima Modest Fashion Week, Il Guardian la descrisse come un evento affascinante dall’una e dall’altra parte della passerella, con donne tra il pubblico in tuniche di seta e turbanti, mantelli di pelle e gioielli al naso o lunghi kimono fruscianti, a osservare modelle in burkini e hijab, burqa colorati, pantaloni a palazzo di velluto, tute in colori pastello 38 cm to inches e abiti da sera degni di un romanzo di Fitzgerald, Rahemur Rahman, uno degli organizzatori, ha spiegato che «l’obiettivo è entrare a far parte della settimana della moda di Londra e presentare i marchi di moda modesta internazionali insieme agli altri, Dobbiamo smettere di chiamarla moda modesta e chiamarla semplicemente moda»..

Intanto grandi magazzini, marchi economici e di alta moda hanno iniziato a vendere collezioni per le donne musulmane. Nel 2014 DKNY confezionò una Ramadan Collection, seguita da Tommy Hilfiger, Oscar De La Renta, Victoria Beckham, Zara, H&M, Mango e Uniqlo; Nike ha lanciato uno hijab appositamente progettato per le atlete musulmane, Dolce & Gabbana una linea di veli e occhiali da sole coordinati. Lo scorso mese la catena di grandi magazzini americani Macy’s ha messo in vendita online una linea di abbigliamento per appassionate di moda musulmane, con tuniche dal collo arricciato, tute morbide e cardigan lunghi fino alla caviglia.

Il rischio per i marchi occidentali è pensare di rivolgersi a un 38 cm to inches mondo compatto, il-mondo-musulmano in quanto tale, senza tener conto delle mille sfaccettature culturali e di gusto di quel mondo, Un altro problema, scrive Business of Fashion è risultare credibili e guadagnarsi la fiducia dei clienti musulmani senza imporre dall’alto un abbigliamento stereotipato; il modo migliore per trattare la moda modesta, aggiunge, è considerarla una categoria stilistica più che culturale e religiosa, al pari dello streetwear, dell’abbigliamento da cerimonia o per l’ufficio..

Bisogna anche ricordare che la moda modesta non coincide per forza con le scelte di abbigliamento di tutte le donne musulmane, e nel mondo islamico è in corso un grosso dibattito proprio sul modo di vestire delle donne e in particolare sul velo. In Iran (dove il velo è obbligatorio per tutte le donne, anche quelle non musulmane e quelle straniere in visita nel paese), levarselo anche per pochi minuti è un modo per affermare la propria libertà: esattamente il contrario di quel che accade in Francia o in alcuni stati americani, dove invece indossarlo è almeno in teoria una scelta personale. Quando nel 2013 venne lanciato il World Hijab Day per invitare tutte le donne, a prescindere dalla religione, a indossare il velo per un giorno, molte musulmane organizzarono una campagna opposta, il #nohijabday. Di recente si è infilato nel dibattito anche il potente principe saudita ed erede al trono Mohammed bin Salman (MbS, come viene chiamato) dicendo che le donne sono libere di vestirsi come vogliono, a patto che siano decenti e rispettose.

Stanno contribuendo a questi cambiamenti anche le riviste di moda e nel 2017 già Allure, prima di  Vogue britannico, aveva messo in copertina la modella Halima Aden con il velo, A portare al centro del dibattito la moda modesta di lusso è soprattutto  Vogue Arabia, fondata nel marzo del 2017 e distribuita in Arabia Saudita, Bahrain, Qatar, Kuwait, Oman, Emirati Arabi Uniti, Libano e Giordania, Inizialmente diretta dalla principessa Deena Aljuhani Abdulaziz, da 38 cm to inches maggio è guidata da Manuel Arnaut; è finanziata da Condé Nast insieme a Nervora, un’azienda di comunicazione di Dubai, che l’hanno aperta persuasi dalla crescente attenzione degli investitori sauditi nel lusso e nell’abbigliamento, Oltre a essere il punto di riferimento della moda musulmana, Vogue Arabia cerca di spezzare gli stereotipi dall’una e dall’altra parte e portare avanti un confronto interessante; per la Festa della donna ha per esempio pubblicato un video con donne musulmane da tutto il mondo che, con o senza velo, spiegavano cos’era la modestia per loro: un modo di vestire ma soprattutto una condizione interiore, nel rispetto di tutte..

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